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Lezioni di storia

Capitava che quell’immagine inchiodata nella sua memoria tornasse a trafiggerla lasciandola senza respiro e senza possibilità di cambiamento. Era un volto sul quale si erano posati i suoi occhi una mattina di tanti anni prima quando la vita stava sbocciando e tutto era ancora da scoprire e da vivere. Non ricordava perché Lui si fosse girato, sapeva solo che si era girato e le aveva parlato. Sapeva anche che per anni Lui aveva continuato a sederle accanto e a parlarle accarezzandola con gli occhi e con i suoi sorrisi. Erano diventati amici, ognuno con la propria vita che però scompariva quando, durante quelle lezioni di Storia i loro corpi si sfioravano, forse con intenzione o forse no, proiettandoli in una dimensione dove la voce del professore diventava la grancassa dei loro sensi impazziti. Lei sapeva che quella confusione apparteneva ad entrambi, ma per tutti quegli anni nessuno dei due ne fece parola all’altro. Era un legame non legato. Era un amore non amato. Fra loro c’erano amici, fidanzati, luoghi di vita e forse loro stessi che mai permisero all’emozione della confusione di trasformarsi in altro. Riuscirono solo a sedersi sempre uno a fianco all’altra per tutti gli anni di università, sfiorandosi. Riuscirono anche a condividere un appartamento per un intero anno, ma la distanza tra loro continuò ad essere infinita ed infinitesimale allo stesso tempo. Poi un giorno ci fu un grande abbraccio, lui le sorrise con gli occhi come era solito fare, lei bevve quello sguardo come era solita fare corrispondendolo, si strinsero forte e la loro vita iniziò a correre verso destini distinti; non si videro più.

Negli anni ogni tanto Lei era tornata ad accarezzare quel volto con gli occhi rivivendo ogni singola emozione delle lezioni di Storia.

Negli anni Lui era diventato il suo sospeso.

Un sospeso non millesimato dallo scorrere del tempo perché passato e presente ancora erano parte della stessa realtà; poi, un giorno, Lei si era resa conto che il volto della memoria probabilmente non era più così nella realtà, che lo scorrere della vita lo aveva sicuramente solcato come aveva solcato il suo.

Fu allora che il sapore del suo sospeso passò da dolce ad amaro.

Lei non riusciva a corrompere quel non detto, quell’esplosione di sensi racchiusa nelle ore di lezione, con il trascorrere del tempo della vita nella realtà perché avrebbe significato doverli trasformare nel niente che erano.

Ciò significava anche dover sopprimere l’attualità della propria giovinezza ammettendo a se stessa che il presente aveva definitivamente sovrascritto il passato annientandolo e Lei questo non riusciva a pensarlo, tanto meno ad viverlo.

Fu così che tagliò il tempo e ci mise in mezzo la vita, scelse di allontanare la gioventù da sé, la spostò un po’ più indietro per mantenere intatte le lezioni di Storia.

Il volto di Lui non venne più scalfito dal passare del tempo; quello sguardo profondo ed il suo dolce sorriso rimasero sempre intatti dentro di Lei, nessuna nuova immagine di Lui li sovrascrisse, Lui rimase bellissimo non invecchiando mai.

Ogni qual volta Lei tornava con gli occhi a frequentare il corso di Storia, Lui aveva un luogo per continuare a sfiorarla, forse con intenzione o forse no, trafiggendola e lasciandola senza respiro.

Lei salvò la propria integrità rendendo Lui immortale.

 

I due vecchini

Qualcosa non stava girando giusto tra quelle tre macchine. Era come se l’ultima stesse volontariamente spingendo le altre due giù dal dosso. Che strana impressione, pensò, guardando con la coda dell’occhio dentro l’ultima auto ove un vecchino e una vecchina chiacchieravano amorosamente. Passò oltre e dimenticò l’accaduto. Qualche giorno dopo rivide la stessa scena, ma questa volta le macchine erano parcheggiate ed una era la sua. I due vecchini, palesemente, stavano cercando di far scivolare le due macchine ferme avanti a loro spingendole a piccoli colpi di cofano.” E…no, questa non è un’impressione, lo stanno facendo sul serio!” Per evitare di perdere la propria auto giù per la montagna lei si fiondò sui due vecchini. Li fermò parandosi davanti a loro e, non proprio calma, chiese perché stavano cercando di distruggere quelle auto spingendole giù. Ma i vecchini, che erano veramente vecchini, le dissero che non avevano capito una sillaba del discorso perché’ erano totalmente sordi. Così lei dovette ripetere ogni singola parola urlandola come un’ossessa. Sentendo se stessa urlante e sillabante le venne da ridere tanto che quasi non riuscì più a parlare. Dopo tanto urlare sillabare e ricominciare i vecchini finalmente capirono il senso di quel ridere e sbracciare e candidi come bambini risposero: “ E’ perché siamo vecchi e invidiamo le cose giovani; non siamo delinquenti. Vieni a casa nostra e te lo dimostreremo.” Non fecero in tempo a finire la spiegazione che due energumeni si affiancarono a lei forzandola a seguirli. Andando lei pensava: “Caspita qui finisce male per me. Perché li stai assecondando?” Per la prima volta nella sua vita si trovò in una situazione ai suoi occhi senza via di uscita. Il futuro le appariva pericoloso ed obbligato. Si sentiva immobilizzata e reagire era impossibile. Arrivarono alla casa e lei fu forzata ad entrare. Solcata la porta si trovò catapultata in un grande ambiente dal gusto raffinato, solo non poco impolverato. Un locale in doppia altezza pieno di oggetti d’arte e quadri e colori e raffinatezza. I due energumeni risultarono essere i figli grandi dei due vecchini e dentro a quella casa presero un’aurea nobile e gentile come i cavalieri di antica data. La casa si animò di persone grandi e piccine. La discendenza. La casa era ricca di scale che ora i vecchini non erano più in grado di fare; quattro gradini, un corridoio, altre scale e poi un muro, là la loro stanza. Un piccolo letto matrimoniale, di quelli per veri amanti, dove non c’è spazio per sonni indipendenti, pareva schiacciato sulla parete, quella lunga a chiusura del luogo notturno di quelle nozze. Una casa dentro alla casa, ove la progenie era riluttante ad entrare per non disturbare la purezza di quel sentimento antico. Ma i vecchini erano veramente vecchini, e non riuscivano più ad entrare nel loro nido d’intimità, troppe le scale. Così nessuno abitava più quel luogo d’amore. Tutta la casa mostrava, in realtà, i segni del tempo vecchio, quando le forze si contraggono dentro alla propria sopravvivenza e non c’è più spazio per nulla oltre. I vecchini parevano infastiditi anche dalla larga progenie che si era piazzata in casa un poco per dovere d’affetto, un poco per profumo di futuro possesso. Per questo i due vecchini ogni tanto scappavano e lasciavano che il loro fastidio per la vecchiaia diventasse rabbia per il mondo giovane trovando sfogo nella spinta innocente del cofano in fronte fin giù dal dirupo. Per loro era un poco come un sacrificio all’abisso per saziarlo prima dell’estrema richiesta.