Articoli

Adolescenza

Cosa fa di un ragazzo un uomo? La barba? L’indipendenza? Il primo lavoro? La ragazza? Lui se lo andava chiedendo da un poco. Aveva fretta di diventare grande perché la sua era l’età in cui tutto si brucia, compreso calorie e tappe. Ogni suo movimento sprigionava la certezza del successo e l’entusiasmo di sentirsi unici e speciali, qualità, credo, intrinseca ai brufoli. Pensando se stesso nel futuro vedeva tutti i propri desideri realtà accaduta senza sforzo, per diritto, conseguenza del semplice essere nato. Era bello respirare di nuovo attraverso di lui tutta quella spinta alla vita ancora orfana di fatica e delusioni. Lei sapeva che l’ esistenza del proprio figlio si sarebbe ad un certo punto sporcata, come si sporcano tutte le vite, ma non temeva per lui, anzi gioiva di quella promessa di futuro perfetto assieme a lui. Lei, nel suo cuore, infatti, conosceva la risposta alla domanda del figlio. Sapeva che era già diventato uomo. Lo era diventato quando le sue braccia erano cresciute abbastanza da smettere di chiedere tendendosi verso di lei ed iniziando a ricomprenderla dentro di se’, abbracciandola teneramente, quasi a volerla proteggere. Lei però non lo disse mai al figlio perché era bello lasciargli la libertà di darsi qualsiasi risposta lui avesse voluto.

La terza età

Erano anni grassi quelli in cui lei era nata, tutto era abbondante; così pure la vita che si era allungata a dismisura tanto che venivano continuamente inserite nuove età. La terza, aveva lasciato il posto alla quarta, poi alla quinta ad in fine alla sesta, età nella quale, pare, fosse ora lecito morire. Lei ricordava l’ultima età dei suoi nonni che era stata la terza. In realtà quel periodo era durato circa trent’anni, durante i quali i progenitori avevano vissuto da vecchietti, idealmente malati, senza mai uscire di casa e in attesa della morte che però si era fatta aspettare fin ben oltre i loro novant’anni con grande felicità della donna, allora giovane donna, che adorava andare a mangiare risotto, frittata di pane e caffelatte da loro. I due vecchietti alla fine si erano abituati a questa terza età che non finiva mai, perché trent’anni son tanti, e alla morte avevano smesso di pensare, ma rimasero comunque sempre idealmente malati e sempre chiusi in casa, tranne che per andare a fare la spesa. Anche queste sporadiche uscite erano però sempre identiche, soprattutto per gli alimenti comprati che consistevano in: formaggio crescenza, prosciutto crudo, pane, patate, prezzemolo, uova, riso, verdure verdi da fare crude e cotte, grana, mele e tamarindo. Ogni cosa doveva essere sempre la stessa per qualità e quantità, in onore della morte in arrivo; così per colazione si mangiava caffelatte e pane secco, per pranzo, risotto o pastasciutta con verdure cotte, formaggio e purè o patate olio e prezzemolo, per cena frittata col pane, prosciutto e mele cotte. Il tamarindo serviva per la granita di metà pomeriggio.

La donna ancora conservava nell’orecchio il rumore del trita ghiaccio rosso e bianco e, ogni volta che un suono simile la colpiva, le tornava in bocca il sapor di granita; allora lei sospendeva ogni attività la stesse occupando, si sedeva e, semplicemente, sorseggiava quel liquido passato pensando ai suoi due nonnini, un tempo tanto amati.
La sua era, non era un tempo che sapeva contemplare la morte; non c’era età in cui essa fosse considerata; figuriamoci attesa. Così ora alla donna, ormai sulla soglia della propria terza età, si erano un poco confuse le idee perché, a lei, la vita era andata chiudendo molti capitoli; la maggior parte dei quali in anticipo sulle previsioni di una normale esistenza se non addirittura nel momento in cui ancora si trovavano al loro stato embrionale e perciò l’età che avrebbe dovuto chiudere e tirare le somme di un’intera vita si trovava in totale mancanza di argomenti e la lasciava spiazzata.
Terza, quarta, quinta, sesta età; ma cosa diavolo ci avrebbe fatto lei? Il matrimonio era chiuso e dimenticato; i figli ormai indipendenti e senza più richieste di accudimento; il lavoro si era esaurito di suo; anche una grave malattia era sopraggiunta ma poi passata. Cosa mai ancora mancava alla sua vita? L’unica cosa che le veniva in mente era la permanenza; tutto si era contratto e risolto in corti; anche la malattia, che era grave e che al tempo dei suoi nonni l’avrebbe lentamente e dolcemente avvicinata alla morte, per lei era stata invece un episodio, uno dei tanti, venuto e andato.
Così, ora, sulla soglia della terza età, le toccava nuovamente inventarsi qualcosa “da” vivere perché non c’era più nulla “per cui” vivere essendo i capitoli della sua vita praticamente tutti già chiusi.
Poiché non poteva concedersi la stagione del raccolto, doveva nuovamente piegarsi alla semina.
Che fatica! – pensò.
La sua terza età veniva così molto ad assomigliare a quella che chiamavano adolescenza con due uniche diversità: il fatto che avvenisse non dopo l’età dell’incoscienza, bensì dopo un’intera vita vissuta e per la spinta alla vita che era basata sull’entusiasmo delle premesse, nella prima età d’oro, mentre poggiava i suoi piedi sulla disillusione nata delle molte conclusioni occorse, nella seconda.
Quegli anni grassi avevano reso la sua vita una serie di cortometraggi non abbastanza lunghi da occupare tutta una esistenza; così ora a lei toccava, da buona regista, trovare un nuovo copione da voler mettere in scena e spendere la sua terza età e forse anche la quarta nel casting di nuovi attori, significati e scene.
L’immobile attesa chiusa sul passato e sul futuro, propria degli ultimi anni dei suoi nonnini, in lei era invece diventata dinamica aspettativa aperta su un futuro ancora pieno di promesse giovanili solo date in assaggio, ma mai compiutamente concesse.
E’ in questo modo che l’età moderna ha sconfitto la morte: negando il tempo della contemplazione contemporanea della vita vissuta assieme alla morte da vivere ed imponendo continuamente nuove adolescenze di un’esistenza resa episodi in serie.
Eterna giovinezza.

Sbagliando si impara

Valerio, Greg, Francesco, Alessia, Riccardo, Giulia; eccoli schierati in partenza. Ognuno ha appena sfiorato il nostro gommone in una processione di barche singole per le ultime parole tra atleta ed allenatore . Ora sono loro, soli, davanti al campo di regata, agli avversari e a sua maestà il Tivano, che oggi e’ sopraggiunto scortato dalla sua corte di temporali. Le pettorine blu Osa dei ragazzi si stagliano in questo anfiteatro fatto di acqua e monti e cielo grigio. Un minuto. Valerio e Alessia si posizionano, barca ferma, in quello spettacolo di piccoli gesti sapienti a incastrare i loro Bug nel moto sospeso della partenza. Un attimo infinito di stallo prima di imbrogliare il vento nel movimento degli scafi. Loro sono poesia. Perfetti nel passare la linea; primo e seconda. La squadra Osa gli si compatta dietro; tutti agguerritissimi perché hanno studiato a tavolino le rotazioni del vento e si sentono forti, invincibili nella loro sicurezza teorica e pratica. Ogni movimento dei ragazzi racconta di un pensiero pensato. Eccola in acqua la sicurezza unita all’entusiasmo e alla spavalderia adolescenziale. Che spettacolo! Tutti uniti nella scelta del più esperto; ognuno affidato all’esperienza dell’altro per correre assieme alla conquista del podio. A loro serve solo questo; non hanno bisogno di guardare altro e non vedono altro. Sono nel flusso del vento ruotato, pensano di giocare una partita ormai nota. Come e’ bella la vita! Come e’ innocente l’adolescenza! Come è forte la certezza! Riccardo, l’allenatore, dal gommone, guarda il loro medesimo vento e sa che questa non e’ una rotazione. Il vento oggi danza in piccole oscillazioni di direzione e in grossi sbalzi di pressione. Al suo occhio di uomo esperto nulla è sfuggito e lui sa che la squadra Osa sta correndo dritta nella sconfitta con l’entusiasmo di chi ha la certezza in tasca! Cronometra quattro minuti di bordo piatto, mentre gli avversari dall’altra parte del campo risalgono il vento e girano la boa. Chissà che shock per i nostri atleti deve essere stata la vista della realtà alla prima virata. Ultimo, penultimo, terzultimo, quartultimo, quintultimo e sestultimo. Tagliano l’arrivo increduli e silenziosi. Il vento gli ha mostrato che certezze e scelte non sempre ti fanno trovare là dove pensi di essere. Lezione disorientante per degli adolescenti che si stanno mangiando la vita. E’ Riccardo, l’allenatore, che sapientemente tira i fili della regata e rimette in pista i suoi atleti. Lui sa che dopo averne fatto esperienza per loro sarà facile capire e fare proprio. Riccardo deve insegnare ai ragazzi ad uscire da sé ed imparare a guardare. Gli deve insegnare a sentire il campo di regata. Non si regata di certezze; si regata di sensazioni in risposta a situazioni, sempre diverse, che vento, acqua e boe creano nel campo. Che regalo per questi ragazzi che è arrivato dal vento Tivano di temporale. Riccardo sa che è venuto il momento di presentare alla squadra l’oscillazione del vento; evento raro sul nostro lago, ma non per questo impossibile, accompagnata da sua sorella la raffica, fenomeno naturale al vento di nord e per tal cagione noto ai ragazzi nella conduzione dell’imbarcazione, ma ancora straniero per loro in terreno di strategia di regata. Così io imparo assieme alla squadra che il vento può non ruotare, ma semplicemente oscillare e se una rotazione la si cavalca e la si fa propria, un’oscillazione la si scarta virandole in faccia primi fra tutti. Sono sensi e ragione che ti allertano se una rotazione in realtà è solo l’inizio dell’oscillazione. Devi divenire quel flusso per vincere, non basta dominarlo con parole e tecnica. Riccardo si ferma qui; raffiche e strategia di regata sarebbero troppo assieme a vento che ruota oppure oscilla. Ma i ragazzi hanno capito che molto altro farà di loro dei veri campioni e che il primo passo è iniziare a guardare coi sensi e con la ragione prima di lanciarsi nella certezza dell’azione. A me rimane la bellissima immagine della loro spensierata fiducia nelle convinzioni del mondo bambino che il vento Tivano di temporale ha, in un sol colpo, soffiato altrove. Sei pettorine blu Osa che, compatte, conquistano il fondo del lago, mentre la regata accade.