Storie di Orza Minore Scuola di Vela: la regata di Napoli

Le tranquille acque del lago ci salutano ancora sposate alla notte. Sembrano due amanti abbracciati che si girano assieme dall’altra parte infastiditi dal rombo del nostro motore quel tanto che basta per muoversi, ma non certo per svegliarsi. Scivoliamo nell’alba percorrendo la striscia d’asfalto che ci depositerà al tramonto in terra partenopea. La squadra, al completo, e’ stipata nel furgone; ognuno seduto al fianco del proprio sogno. Le barche silenziose ci seguono al traino. Milano, Bologna, Firenze, Roma, Capua, gasolio, il furgone non accelera, quattro frecce, piazzola sos, non si va avanti.
Buio.
Riccardo, il coach, cerca di capire se c’è qualcosa che si possa fare per ripartire. Io chiamo a raccolta tutti gli aiuti possibili così lontano da casa. Un papà in trasferta lavorativa nelle vicinanze, la seconda macchina partita da Milano che ci segue a qualche ora, una famiglia di Formia che ha affidato alla scuola il suo ragazzo con il cuore pieno di passione per questo sport; ma tutti i nostri sforzi non bastano: bisogna chiamare il carroattrezzi. La regata dei nostri ragazzi viene salvata dal grande cuore dei Napoletani che, saputa la nostra situazione, non ci pensano un minuto a venire in nostro soccorso con il loro pulmino e trainano per noi le imbarcazioni fino in citta’.
E’ notte inoltrata quando riusciamo a sederci a cena, Ciro, il proprietario dell’appartamento che abbiamo preso in affitto, ha fatto restare aperta la cucina di una delle migliori pizzerie di Napoli ad aspettarci. Ci accolgono con antipasti squisiti e la pizza Napoletana che in uno scocchio di nocche cancella fatica, stanchezza e preoccupazioni. Siamo di nuovo pronti per le regate.
La notte passa veloce.
Caffè e sfogliatelle e poi alle barche. Fuori le condizioni sono al limite; raffiche tra i venti ed i ventotto nodi con due tre metri d’onda. Il comitato decide che ci sono le condizioni perché all’estero così si regata e queste sono classi olimpiche. L’uscita viene chiamata. Barche in acqua. Trecento ventuno atleti in mare attraverso tre scivoli con questo vento non e’ operazione veloce. Ma ecco Valerio che tocca l’acqua salata ed assieme vara la nuova barca bagnata di Champagne. Mio figlio e’ in mare aperto. Il mediterraneo lo accoglie lanciandogli addosso un groppo marino.
Fulmina ed il cielo e’ nero alabastro. Bellissimo, ma non con un figlio che sai solo in mare.
Riccardo ed io usciamo per dargli assistenza in caso la situazione peggiori.
Io mi trovo catapultata nella forza della natura. Le onde sono muri da scalare che si trasformano in baratri dove collassi perdendo l’appoggio delle acque ed ogni tua più intima certezza. Io non sono a mio agio e Valerio non si vede. Riccardo capisce e allora mi parla, mi racconta di come Valerio sia in grado di gestire questo mare arrabbiato, fisicamente e psicologicamente; mi dice che lui e’ un atleta, non un ragazzino di quindici anni; ed intanto, le onde incalzano, il vento spinge ed una saetta illumina l’orizzonte ed incendia il mare. Il gommone pare un giovane, esuberante cavallo ed io, se stringo il sedile con le cosce, posso cavalcare lui mentre cavalca il mare guidato dalla mano di un esperto nocchiero che batte il mare in cerca del suo atleta.
Essere immersi nella natura quando si esprime, non e’ come vederla esprimersi. Lei ti aggancia nelle viscere. E tu senti nella pancia il tuo profondo essere. Io sono una mamma e non reggo al pensiero che il mare mi trasmette: “Io posso tutto anche prendermi tuo figlio.”
Tutta la paura che non ho mai provato per l’incolumità del mio cucciolo si impossessa di ogni pensiero; così mentre il mare sommerge tutto il mio corpo con scrosci di acqua salata che paiono eruzioni, i miei occhi gli restituiscono lacrime di pianto incontenibili.
Una madre contro le onde. Un oceano contro una lacrima.
Riccardo mi scuote: “Eccolo!”
Arriviamo da Valerio che ci saluta tranquillo e poi scambia qualche parola tecnica con il suo coach, ignaro di ciò che e’ successo nel cuore di sua madre, incastonato tra vento e onde come un piccolo gioiello bianco.
Lo lasciamo per andare dal resto della squadra. Ora sono quasi tutti in acqua, ma il mare monta ancora e viene chiamato il rientro. Giulia, la ballerina dalla mano fatata, fatica a tenere la barca e le va in aiuto Marco portandola a terra per lei; Stefano rientra di suo; William viene fermato ancora in porto; Greg e Valerio rientrano urlano come due cowboy con i cappelli alzati dietro ad una mandria, ma loro stanno solo surfando un’onda di poppa alla velocità della luce.
Renato manca all’appello, iniziamo a cercarlo, torniamo a battere il mare. Niente. Il coach si impensierisce, torniamo a terra per tracciarlo con il track. Eccolo, e’ sul campo di regata proprio dietro le boe d’arrivo. Richy chiama Greg e Vale, ha bisogno di peso per affrontare quel mare e va a prendersi Renato che in realtà sta regatando, ma il mare e’ troppo e lui non ha ancora stabilito la sacra alleanza con la nuova vela. Capisce di essere al limite e rientra abbandonando la regata.
Ora siamo tutti a terra, i ragazzi si raccontano le loro avventure; un momento di disattenzione, un boma parte e mi centra in pieno il sopracciglio. Ahia, che sberla! I ragazzi mi guardano: “Sarah sanguini”. La squadra mi si stringe intorno e mi scorta amorevolmente in infermeria, Marco dice: ”Ci penso io a lei” e si fa in quattro per spostare il mare di laser che mi impedisce di camminare. La nostra giornata finisce con sei punti sul mio sopracciglio, ma a me non importa perché io ci sono per questi nani ormai divenuti giovani atleti e loro ci sono per me. Questa e’ Osa, la squadra agonistica Laser di Orza Minore.

Storia di Orza Minore: campionati giovanili in singolo giorno 2 Reggio di Calabria

 

Quando noi posiamo un campo di regata sul nostro laghetto dobbiamo inginocchiarci davanti a sua Signoria Profondità con la quale ormai abbiamo un rapporto amichevole e lei si accontenta di ingoiare un bolognino ogni tanto. Dal canto nostro le regaliamo circa tre cento metri di canapa a calata e lei e’ felice. Un giorno mi ha confidato che con la nostra canapa sta tessendo all’uncinetto un copriletto che userà la prima notte di nozze quando il maestoso vento Tivano la prenderà in moglie.
Io credo che Tivano non sia del tutto convinto della promessa un tempo fatta, ed allora, ogni tanto, frulla i nostri gommoni in un incrocio di vento ed onda tali da abbattere qualsiasi vela per cercare di dissuaderci dal calare canapa e bolognini.
Qui il comitato organizzatore, invece, ha a che fare con Scilla, che dilania, Cariddi che risucchia e rimescola, e Morgana che rifrae. Scilla e Cariddi erano bellissime Ninfee che per invidia o punizione furono trasformate in orribili mostri.
Scilla ora e’ un cane rabbioso a sei teste che sconquassa ogni imbarcazione che passa in questo Stretto, uccidendo i naviganti; Cariddi, invece, ingoia tre volte al giorno una quantità esorbitante di acqua salata per poi risputarla, ma si trattiene per se’ ogni marinaio o cosa ingoiata assieme a tutta quell’acqua.
Sono due mostri terribili e nessun umano osa affrontarli. Lo ha fatto solo Odisseo turando con cere le orecchie del suo equipaggio e legando se stesso ad un albero maestro. Lui solo ha osato ascoltare il canto letale delle due Ninfee.
Scilla a Cariddi hanno poi come alleata la Fata Morgana che tutto lo Stretto distorce ed annebbia.
Orbene, ieri Ninfee e Fata hanno tirato un brutto scherzo al comitato organizzatore, che ha sbagliato ogni cosa nel posare i quattro campi. Le boe di bolina sono finite in bocca a Cariddi e così pure tutti i segnali a bandiera; col risultato, nonostante uno splendido scirocco, di zero regate per i Radial e una sola regata per i 4.7.
A guardare in faccia il comitato organizzatore si poteva leggere nei loro occhi il terrore vissuto nel posizionare quelle maledette boe gialle…
Così la flotta compatta dei nostri ragazzi e’ rientrata a terra incredula per la giornata passata ad aspettare invece che a regatare.
Ma erano tanti quei laser da riempire tutto lo stretto ed una volta liberate le vele dalle rigide scotte, i ferzi si sono messi a cantare un canto unico, marino e celeste assieme, che ha riempito l’aria spinto dalla voce del vento.
Io mi sono seduta ad ascoltare estasiata e credo che anche Scilla, appollaiata in Reggio Calabria, e Cariddi, invece prona sulla punta della sua Sicilia, abbiano udito quel canto e, credo pure che le due Ninfee si siano addormentate ninnate come da secoli non gli succedeva. Così, oggi, si sono svegliate felici e rilassate ed hanno lasciato ogni facoltà intellettiva al comitato organizzatore che e’ stato in grado di posare i campi e far regatare i nostri ragazzi.
Ora sono tutti la’ fuori a disputare la terza prova spinti da un Maestrale regale e dalle acque ribollenti della natura delle Ninfee che seppur chete, sono sempre padrone di questo Stretto.
Io da terra guardo i ragazzi e vedo nelle nuvole sopra di loro i volti inteneriti di Morgana, Scilla e Cariddi.

Storie di Orza Minore: Campionato giovanile in singolo. Reggio di Calabria 2019. Giorno 1

 

I nostri due atleti Alessia a Valerio si sono qualificati; quindi eccoci qui! La nostra avventura inizia ieri quando mamma Sarah si presenta all’aeroporto di Orio al Serio senza documento di identità di Valerio. Mentre Valerio in panico guarda sua madre con il peggiore sguardo mai fatto in vita sua realizzando che non c’è tempo per tornare a Milano, lei, armata di fotocopia del passaporto, si presenta al chek in sperando nel miracolo. Ed il miracolo accade: in sequenza: ad Orio al serio esiste un ufficio anagrafe; arriviamo alla porta mentre l’ultimo vigile sta uscendo ‘che’ e’ orario di chiusura; lui e’ l’unica autorità che può fare ciò che sta per fare; dal suo fischietto d’ordinanza parte un fischio che paralizza l’aeroporto; la signora addetta alle carte di identità e’ ancora nel parcheggio dipendenti; sente il fischio e non lo ignora; torna in ufficio più veloce che può sotto al sole cocente; il comune di Milano e’ ancora aperto; lei si collega e fa a Valerio la carta di identità. Alla fine di questa serie di eventi, io abbraccio la signora gentilissima ed il vigile suo capo e dedico loro la nostra trasferta perché non hanno solo salvato le regate a Valerio, hanno anche lasciato integra la fiducia madre -figlio.
Finalmente saliamo sull’aereo e ci godiamo l’Italia dall’alto….ad un certo punto le Eolie, Stromboli che fuma e possiamo quasi quasi toccarlo quel fumo, la Sicilia e Reggio di Calabria. Arrivati.
C’è mamma Flavia ad aspettarci perché la vela non e’ solo regate e’ anche bellissime amicizie; e noi, per questi campionati, siamo suoi ospiti. Cena, passeggiata sul lungo mare e nanna.
Questa mattina di buon ora si prende il treno, perché noi si va in treno a regatare, Reggio Calabria Lido e’ la nostra meta.
Formalizziamo l’iscrizione, recuperiamo le imbarcazioni e quella di Alessia ci costa una lunga passeggiata sotto al sole del sud, e poi ci mettiamo in caccia dell’ufficiale stazzatore. Di lui sono documentati innumerevoli avvistamenti, ma nessuna certezza, finalmente, a tempo utile quasi scaduto, si presenta un uomo riccioluto e dai polpacci larghi che guarda e stazza, e’ un go!
Incontriamo Antonio il coach cui sono affidati i ragazzi perché Riccardo e’ impegnato con il resto della squadra negli allenamenti di fine estate; quelli che si fanno appena prima di riprendere in mano carta e penna.
Antonio accoglie Alessia e Valerio come se fossero suoi atleti da sempre, studia con loro il campo di regata; gli da alcune informazioni sulla corrente perché qui l’apparente e’ dato anche dal vento di corrente e poi li saluta con un: “ ci vediamo sulla linea.”
Io mi guardo in giro la spiaggia del lido e’ un unicum di vele bianche stagliate tra il blu intenso dal mare e quello trasparente del cielo.
Al fischio la macchia di vele bianche si lancia in acqua tutta assieme; qui non ci sono scivoli, il mare semplicemente abbraccia i ragazzi che con tre gesti: giù deriva, giù timone, cazzo scotta rispondono all’abbraccio ed entrano nel vento. Lo stretto di Sicilia e’ tutto loro; anche Scirocco, che non era atteso, si presenta incuriosito da questo onda bianca partita come la risacca dalla spiaggia.
E mentre Scirocco porta i ragazzi su e giù nel mare, io su un lettino in spiaggia guardo l’orizzonte di vele bianche e tifo il team Osa pettorine blu.
Buon vento Alessia.
Buon vento Valerio.

Storie di Orza Minore: Malcesine, Laser Youth Easter Meeting 2019

L’uovo di Pasqua dei nostri ragazzi è la loro prima regata internazionale. Quattro giornate di competizione da scartare e gustare là dove il vento è sovrano.
Arriviamo a Malcesine con la voglia di scoprire un posto nuovo e godere di Ora e Peler, gli imperatori d’Italia cui solo i velisti s’inchinano.
Valerio, Renato , Marco e Giulia scaricano i loro Laser assieme ad altri duecentoquaranta atleti arrivati da tutto il mondo e, nel giro di un quarto d’ora, il grigio dei due piazzali a loro dedicati scompare per lasciare il posto al bianco di un tripudio di vele issate.
Questa non è una zonale, non è nemmeno una nazionale; è la regata tra chi della vela ne ha fatto un obbiettivo di vita per il quale vale anche la pena girare il mondo.
Il livello degli atleti è altissimo per tecnica, tenacia e spirito, ma se ti fermi a guardarne i volti, puoi scovare tratti bambini che si attardano a lasciare le loro forme per tenerli ancora per un attimo attaccati alla fanciullezza.
Hanno issato la G tra un’ora la regata avrà inizio, dobbiamo scendere in acqua con il gommone. I nostri quattro moschettieri sono già andati a presentarsi alla Ora che oggi appare una timida donzella indecisa.
Non solo i ragazzi corrono il campo per capire ogni singola forma di questo vento signora, ma anche gli allenatori lo pizzicano con i loro strumenti per svelarne il carattere. Riccardo si accosta ad ognuno, chiede le proprie impressioni, ma poi svela ogni intenzione dell’aria resa palese dagli strumenti. Anche gli allenatori concorrono al risultato in regate del genere.
Partono le prime batterie dei Radial poi tocca ai nostri. Renato e Valerio sono rossi, Marco e la Principessa gialli. Prima partono i gialli. Sessanta vele si allineano in partenza; i ragazzi ai tre minuti devono già essere schierati e per il resto del tempo dovranno mantenere la posizione e cercare di guadagnare acqua sopravento. Ecco tocca ai Rossi. Valerio è sotto attacco, un Ungherese fa tre shoot up consecutivi e sale sulla barca di Vale, urlando come un forsennato, Vale fa fatica a difendersi, ma quello è l’urlo di Attila ci vuole esperienza a domarlo.
Partiti!
Sono tutti in acqua le batterie si susseguono alla partenza senza quasi dare tempo ai ragazzi di riprendersi, possono solo integrare le energie con una barretta energetica trangugiata ai cinque minuti.
Tre partenze al giorno, quattro giorni per un totale di dodici chances per imparare a rispondere all’urlo di Attila.
Io so che quell’urlo rimarrà nelle orecchie di Valerio, come indelebile sarà il suo primo bacio.
Sono stati bravissimi i nostri quattro moschettieri. A cena noi genitori ripercorriamo ogni singolo momento dei nostri ragazzi quasi fossimo stati noi al timone. La verità vera è che ognuno di noi era la’ sul campo con il proprio figlio.
Riccardo aveva in acqua dodici atleti!

Storie di Orza Minore: un nuovo anno di allenamenti e regate.

 

Il freddo dell’aria invernale respira dolcemente sul lago che per qualche tempo, stoico, gli si oppone con la calda acqua bagnata d’estate, ma alla fine non può che cedere impotente al soffio glaciale. E’ questo il modo in cui l’inverno addormenta il lago. I ragazzi allora lasciano i loro bug e si dedicano a scuola e sport invernali; solo i più grandi tra loro si vestono di mute supertecniche e continuano a spingere in acqua i loro Laser dalle vele immacolate incuranti della neve che copre la strada tra rimessaggio e riva.
Ma ora la primavera è tornata a sciogliere la morsa glaciale dalle acque lacuali ed i ragazzi sono di nuovo a dar vita e sorrisi al grande prato da sempre riva del lago.
La squadra OSA è cresciuta! tra gli altri, quest’anno abbiamo quattro piccoli agonisti che, dopo aver varato i loro nuovi Bug, hanno impegnato i papà in un incollaggio frenetico di adesivi per far assomigliare le imbarcazioni ai loro eroi preferiti che popolano i mondi di cartone animati. Anche la preagonistica è aumentata ed ora, tra tutti, circa quaranta prue solcano le acque portando le insegne azzurre. Assieme scendono in acqua, come una legione compatta per poi dividersi secondo il colore delle vele e lavorare ognuno col suo programma. A fine allenamento tornano a riunirsi mischiando i colori e sul campo di regata affinano le loro capacità scontrandosi l’un l’altro. Da soli hanno i numeri di una zonale!
Ma ecco che arriva il giorno della prima regata ufficiale per la squadra Laser. Valerio, Greg, la Princy, Alessia affiancano Renato, Marco, il Sir ed Henry nel far girare le pettorine azzurre tra le vele dei 4.7. C’è anche una testa nuova, dai capelli bianchi come la neve, a mettere in acqua la prua per la regata, è quella del biondo.
La giornata è tra le peggiori, piove e fa freddo. Io non ho voglia di surgelarmi, così li guardo da riva con un the caldo tra le mani. Il campo è stato posizionato lontano perché oggi anche il vento è uggioso e bisogna rincorrerlo. Così non riesco ad osservarli distintamente, ma non fa nulla perché tante volte li ho visti in allenamento che so cosa succederà sulla linea di partenza e posso guardarli senza vederli. Trenta sono le imbarcazioni che al suono dei cinque minuti ridurranno di un poco lo spazio del loro virare e strambare fino a diventare una linea compatta in barca ferma al minuto. Li posso vedere i nostri prendere posto dove hanno deciso di fare la loro partenza. Ad uno ad uno si infileranno traducendo il tempo in spazio con un sapiente balletto tra vele scontrate e rapide spinte di timone alla poggia. Anche il parlare si farà frenetico; gia’ li sento chiamare acqua oppure semplicemente vociare per innervosire i loro avversari. Sono secondi preziosi per caricare se stessi e l’imbarcazione di energia concentrata che diverrà velocità tra i dieci e cinque secondi dalla partenza quando le briglie saranno sciolte cazzando le scotte. Partiti. Ora non posso che aspettare i messaggi dai gommoni perché nessuno sa come si comporterà la squadra con avversari da tempo esperti di Laser e cresciuti nell’abbondante classe dell’Optimist in molto diversa dalla loro classe Bug. Ecco le prime notizie. I nomi si succedono ai numeri, i ragazzi stanno dando il meglio di se’. Tre prove prima di rientrare a terra. Eccoli bagnati fradici che portano in secco le barche e mostrano tutta la loro felicità. Rientra anche Riccardo, l’allenatore, quattro ultime istruzioni alla squadra e poi partiamo assieme per vedere i risultati ufficiali. Riccardo si zittisce e guarda la classifica per compararla con ciò che in acqua ha visto. Non riesce a contenere la gioia per quello che vede ed esplode in un salto bambino. Tre dei quattro ragazzi sul podio sono dei suoi, in tutto cinque atleti Osa nelle prime sette posizioni. Si gira, ci guarda e dice: “Si’, la squadra c’è!”
Non è solo l’allenatore ad esser felice, lo siamo anche tutti noi genitori intirizziti dal freddo.

Il ghiaccio s’è rotto ed è iniziata la primavera…..

Non ti sporgere

Ricordate quando la mamma da piccoli ci diceva:” non ti sporgere; la testa pesa di più del corpo …. cadi di sotto….” Urlato più o meno velocemente a seconda del grado di pericolosità della nostra azione? Ormai sono anni, anzi decenni che più nessuno mi corre dietro con tali parole, però esse rimbombano nel mio cervello come una litania al bisogno. Orbene, l’altro giorno stavo riponendo al suo posto il tambucio di Magia appena aperto e, non so perché, invece di scendere con tutto il corpo sotto coperta, mi sono infilata a testa in giù lasciando il sedere in vedetta fuori coperta. Intanto che armamentavo dall’alto in basso, il mio amico Roberto decide di tirare la cima di poppa per avvicinare Magia al pontile e salire. La barca dolcemente si avvicina e lo lascia salire e, nel frattempo, si carica di energia pura, come un cavallo che ti vede arrivare con in mano le briglie, capisce e parte al galoppo per l’ultima sgroppata libera. Ma Magia e’ ancora legata trattenuta da trappa e cime d’ormeggio, così tutta quella energia non può scaricarsi sotto forma di moto di libertà. Ma dovrà pur finire da qualche parte? E’ una legge dell’ universo. Ed io sono proprio li’! L’energia non ci pensa due volte, scambiandomi per una freccia. Così vengo scoccata alla velocità’ della luce, con la tuga per arco, e centro, infilandomici di testa, la sacca Spin, aperta per caso là sotto, mentre i piedi, e tutto il resto, rimangono in aria per un minuto secondo per poi crollarmi addosso. Ed io mi ritrovo accartocciata sul pavimento avendo però fatto un centro. Nessuno e’ riuscito a trattenere le risa, nemmeno io che ridevo tanto da non capire se stessi bene o mi fossi rotta qualcosa. Oggi cammino un poco storta, ho le tibie blu ed il braccio sinistro rifiuta di alzarsi, ma erano anni che non ridevo così di gusto, a lungo e spontaneamente. Però voi non vi sporgete, la testa pesa di più del vostro corpo!
E’ la quarte legge del moto! 

Sbagliando si impara

Valerio, Greg, Francesco, Alessia, Riccardo, Giulia; eccoli schierati in partenza. Ognuno ha appena sfiorato il nostro gommone in una processione di barche singole per le ultime parole tra atleta ed allenatore . Ora sono loro, soli, davanti al campo di regata, agli avversari e a sua maestà il Tivano, che oggi e’ sopraggiunto scortato dalla sua corte di temporali. Le pettorine blu Osa dei ragazzi si stagliano in questo anfiteatro fatto di acqua e monti e cielo grigio. Un minuto. Valerio e Alessia si posizionano, barca ferma, in quello spettacolo di piccoli gesti sapienti a incastrare i loro Bug nel moto sospeso della partenza. Un attimo infinito di stallo prima di imbrogliare il vento nel movimento degli scafi. Loro sono poesia. Perfetti nel passare la linea; primo e seconda. La squadra Osa gli si compatta dietro; tutti agguerritissimi perché hanno studiato a tavolino le rotazioni del vento e si sentono forti, invincibili nella loro sicurezza teorica e pratica. Ogni movimento dei ragazzi racconta di un pensiero pensato. Eccola in acqua la sicurezza unita all’entusiasmo e alla spavalderia adolescenziale. Che spettacolo! Tutti uniti nella scelta del più esperto; ognuno affidato all’esperienza dell’altro per correre assieme alla conquista del podio. A loro serve solo questo; non hanno bisogno di guardare altro e non vedono altro. Sono nel flusso del vento ruotato, pensano di giocare una partita ormai nota. Come e’ bella la vita! Come e’ innocente l’adolescenza! Come è forte la certezza! Riccardo, l’allenatore, dal gommone, guarda il loro medesimo vento e sa che questa non e’ una rotazione. Il vento oggi danza in piccole oscillazioni di direzione e in grossi sbalzi di pressione. Al suo occhio di uomo esperto nulla è sfuggito e lui sa che la squadra Osa sta correndo dritta nella sconfitta con l’entusiasmo di chi ha la certezza in tasca! Cronometra quattro minuti di bordo piatto, mentre gli avversari dall’altra parte del campo risalgono il vento e girano la boa. Chissà che shock per i nostri atleti deve essere stata la vista della realtà alla prima virata. Ultimo, penultimo, terzultimo, quartultimo, quintultimo e sestultimo. Tagliano l’arrivo increduli e silenziosi. Il vento gli ha mostrato che certezze e scelte non sempre ti fanno trovare là dove pensi di essere. Lezione disorientante per degli adolescenti che si stanno mangiando la vita. E’ Riccardo, l’allenatore, che sapientemente tira i fili della regata e rimette in pista i suoi atleti. Lui sa che dopo averne fatto esperienza per loro sarà facile capire e fare proprio. Riccardo deve insegnare ai ragazzi ad uscire da sé ed imparare a guardare. Gli deve insegnare a sentire il campo di regata. Non si regata di certezze; si regata di sensazioni in risposta a situazioni, sempre diverse, che vento, acqua e boe creano nel campo. Che regalo per questi ragazzi che è arrivato dal vento Tivano di temporale. Riccardo sa che è venuto il momento di presentare alla squadra l’oscillazione del vento; evento raro sul nostro lago, ma non per questo impossibile, accompagnata da sua sorella la raffica, fenomeno naturale al vento di nord e per tal cagione noto ai ragazzi nella conduzione dell’imbarcazione, ma ancora straniero per loro in terreno di strategia di regata. Così io imparo assieme alla squadra che il vento può non ruotare, ma semplicemente oscillare e se una rotazione la si cavalca e la si fa propria, un’oscillazione la si scarta virandole in faccia primi fra tutti. Sono sensi e ragione che ti allertano se una rotazione in realtà è solo l’inizio dell’oscillazione. Devi divenire quel flusso per vincere, non basta dominarlo con parole e tecnica. Riccardo si ferma qui; raffiche e strategia di regata sarebbero troppo assieme a vento che ruota oppure oscilla. Ma i ragazzi hanno capito che molto altro farà di loro dei veri campioni e che il primo passo è iniziare a guardare coi sensi e con la ragione prima di lanciarsi nella certezza dell’azione. A me rimane la bellissima immagine della loro spensierata fiducia nelle convinzioni del mondo bambino che il vento Tivano di temporale ha, in un sol colpo, soffiato altrove. Sei pettorine blu Osa che, compatte, conquistano il fondo del lago, mentre la regata accade.

Un tranquillo Lunedì di regate

Come si fa a rimanere concentrati quando in giro per l’Italia ci sono gli Osa People a regatare?
Io sono seduta alla mia scrivania, ma il mio whattsup starnutisce in continuazione. Gli Osa Laser People sono impegnati a Dongo, i ragazzi dell’Osa Bug Team invece a Livorno: le condizioni meteo non delle migliori, così non si parte. Poi la capitaneria da l’ok, i Race in acqua e contemporaneamente anche i Laser sul lago hanno il loro “go” e il mio whattsup letteralmente impazzisce. Io tifo per tutti, perché li guardo allenarsi e soprattutto perché li vedo rientrare in terra ferma con quei sorrisi appiccicati dall’acqua dolce sul viso che la fatica non riesce a sporcare. Ognuno di loro ha, così, ricevuto un sonoro bacio di buona fortuna da Mamma Orza, ma Mamma Orza oggi ha in acqua, a Livorno, il suo cucciolo, solo, perché anche Riccardo, l’allenatore, ha lasciato fischietto e berretto ed ha indossato la muta. E’ tra i laseristi per diventare campione. La squadra Bug è affidata a Giuseppe e Angelo, i due papà tuttofare, ma in acqua i ragazzi son soli. A loro tutte le decisioni di tattica e strategia. Ieri Valerio è stato bravo un primo e un quarto, ma anche Mirna di Caldè è stata brava, un quarto e un primo; per le regole della vela sono primi pari merito, ma la vittoria andrebbe a Mirna se la chiudessimo qui, perché ha fatto meglio nell’ultima regata. So quanto Valerio ci tenga ad avere la possibilità di ribaltare il risultato ed ora può farlo perchè l’Intelligenza è stata ammainata. Mamma Orza lo sente determinato e concentrato, ma è pur sempre il suo cucciolo e lei va in tensione così lontana da lui; da mamma vorrebbe una vittoria per quella testa bionda. Così freme alla sua scrivania, per tutti, ma soprattutto per lui. Si deve distrarre per non influenzare con pensieri vibranti la concentrazione ed il divertimento della loro regata e così vi racconta dell’ultimo allenamento Laser quello prima della regata, per placcare la mente e regalare a suo figlio la libertà di fare quello che vuole.
Chi non è pratico di vela non sa quanto faticoso sia andare in Laser, ma è uno sforzo fisico non da poco ed i sei laseristi in allenamento erano arrivati fino alle scogliere di Piona dove la squadra Bug stava regatando, i grandi a tifare dall’acqua per i piccoli! Una lunga poppa con onda al giardinetto. A regata conclusa, Riccardo da il fischio di allenamento per le bianche vele e i laser si raggruppano tutti sotto alla scogliera. L’ordine è: “ partenza a coniglio e poi virate libere nello specchio d’acqua tra la montagna e il gommone. Circa quindici metri dove i sei laser devono navigare assieme. Ma Riccardo restringe il campo man mano che i laser risalgono finchè diventa una virata continua per evitare di schiantarsi o di uscire dal campo di allenamento. I più giovani resistono finchè possono, ma il vento sotto costa è forte, c’è onda, sono numerosi e loro sono ancora leggerini per queste vele, così, più volte, li ho visti saltare come gatti, oltre la falchetta, sulla deriva per evitare la scuffia … finchè non ne hanno avuto più … l’unico che non molla è Lodo, lui, un passato sui 29er, un fisico nel pieno della potenza, una tecnica invidiabile, porta a termine l’esercizio, ma appena i due fischi annunciano la fine della fatica si sdraia sul suo laser che diventa un giaciglio ove riprendere fiato e forze. Lodo è sfinito! Un attimo di riposo per tutti. Il mio whattsup ha ristarnutato, il vento a Livorno è calato, fanno anche una seconda prova, ancora non ci sono risultati. I sei laseristi pensano di rientrare dopo questo esercizio, perché ora li aspetta un’ora e mezza di bolina potente con onda in prua, ma Riccardo fischia di nuovo e chiama la Poppa con orzate e poggiate. Ci mettiamo attaccati alla poppa di ogni singolo laser che deve orzare o poggiare al fischio. Serve per imparare a fare la S e diventare dei treni in questa andatura; così uno a uno i ragazzi eseguono e io li vedo cazzare, lascare, appiattire, inclinare in una danza la cui armonia è solo un loro segreto. In gommone raccogliamo gli spruzzi della loro fatica che imbizzarrisce le acque. Di nuovo doppio fischio, l’allenatore ora li lascia rientrare, noi con il gommone torniamo a festeggiare l’Osa Bug Team, ci rivedremo tutti a cena davanti a pollo e patate cucinate da Martino. Ancora nulla dalle regate. Vado a fare la spesa, star ferma mi è impossibile… Whattsup ha starnutito di nuovo: ci sono nuove! Una regata magica: primo Enrico, secondo Valerio, terza Alessia, quarto Gregorio, Sesto Francesco …l’osa team è tutto qui! Bravi ragazzi … ora la seconda prova… io esco, non reggo!…ancora uno starnuto … ecco la classifica a fine regate…. Valerio è primo! Enrico terzo! Alessia quinta, Gregorio sesto con un ocs, Francesco nono. Grande squadra Osa! Ora non ci resta che attendere i risultati dei Laser, ma Mamma Orza nel profondo del suo cuore è più che felice per il risultato del suo Valerio, una vittoria nazionale che sempre rimarrà dentro di lui. Sei stato grande cucciolo!

La nuova stagione della squadra agonistica Bug

Sabato la nostra squadra agonistica Bug è tornata in regata. Ve la presento Enrico, Valerio, Gregorio, Alessia, Francesco, Riccardo, Rocco, Stella, Giulia. Ecco l’Osa Team Bug.
Renato, Marco e William, per capacità acquisite ed età raggiunta, sono passati ad un’altra avventura: l’Osa Team Laser. Entrano nel mondo adulto da campioni. Perché loro è il titolo, nazionale e zonale dell’universo Bug. Buon Vento ragazzi!
Ma torniamo ai nostri nani.
Enrico,Valerio, Gregorio, Alessia, Francesco sono esperti, per loro una nuova stagione di regate con alle spalle il proficuo lavoro dell’anno scorso. Li conoscete già, più volte hanno sporcato d’inchiostro queste pagine bianche con le loro avventure e conquiste. Ora è tempo di presentarvi i nuovi atleti. Giulia, ballerina di fisico, già danza la sua canzone sulle onde del lago; Stella, ormai per noi Stellina, si è conquistata il suo posto nell’universo e nei nostri cuori; Riccardo, ragazzino silenzioso che sotto alla frangia alla Capitan Harlock nasconde una mente capace di molto e Rocco il più piccolo, quaranta chili di sorriso, la pelle che si scotta anche al chiaro di Luna e la rara capacità di ricordare qualsiasi cosa gli venga spiegata anche a distanza di un anno.
Non ci sarebbe squadra se non ci fosse lago e sabato il Lago di Como ha lisciato le sue acque per lasciare che il lungo traino arrivasse velocemente sulle rive di Dongo; l’Osa scafo ha solcato quell’olio nel silenzio della mattina con nove barche al seguito e una ciurma ridente di ragazzini tutti in pettorina blu, perché sui petti abbiamo voluto portare le acque.
Sbarcati a Dongo, armate le barche, dopo qualche adempimento burocratico sono tutti di nuovo in acqua, ma il vento furfante è latitante, l’aria si scalda come in una giornata d’agosto ed i ragazzi sono tutti in tenuta invernale, non ci rimane altro che lasciar uscire la loro anima bambina ed il gommone diviene un tutt’uno con nove prue e nove poppe, una grande chiatta piatta che si trasforma in rampa di lancio per stratosferici tuffi, scherzi e battute. Ma qualcosa si muove, il vento si è svegliato con il mal di testa per il troppo calore e fa fatica ad entrare, le boe vengono comunque posate. I ragazzi scattano come molle sui loro bug, sulle loro facce vedi svanire la spensieratezza, le espressioni dei visi sono ora quelle di agonisti pronti a darsi battaglia. Ogni parte del corpo si allerta e i loro gesti diventano tecnici. Girano come mosche in attesa dei cinque minuti. Bandiera su. Riccardo, l’allenatore, ha un minuto per ascoltare le indicazioni dei ragazzi più grandi e poi chiamare la partenza definitiva. L’ordine ai grandi e’; “In comitato”. Ai nuovi, alla loro prima regata, dice:” voi partite dalla parte opposta alla calca”. Poi un ultimo occhio all’orizzonte; il vento è pigro, ancora tutto accoccolato nel suo tepore di letto, non vuole stirarsi. La regata parte, ma i grandi soffrono con questo vento a singhiozzi. All’arrivo si vede una pettorina blu è Riccardo, alla sua prima regata, che vince. Grande Riccardo hai stampato un ricordo indelebile nel tuo passato! Il vento si fa serio, si è decisamente svegliato e stirato! Richy, l’allenatore ricomincia il giro, ogni atleta prima della partenza ha un momento in esclusiva con l’allenatore; ad ognuno è chiesto qualcosa, ognuno ha il suo obbiettivo, a fianco all’obbiettivo comune di vincere. Richy chiama il Pin, la Breva ha ruotato. Si parte. Con questo vento si fa sentire l’esperienza. Valerio piazza una partenza perfetta, spettacolare e domina la regata dando mezzo lago al secondo. Anche l’ufficiale di regata viene a congratularsi con l’allenatore per i suoi ragazzi. Riccardo aspetta al traguardo ogni suo atleta; e di nuovo c’è un momento esclusivo per ognuno di loro dove pregi ed errori vengono elencati mentre le onde dondolano il lago. È l’ora della terza prova. Riccardo ascolta i ragazzi e poi conferma la tattica. La Breva è birichina, lei gira ancora più a sinistra. I campioncini si accaparrano ancora il Pin. Di nuovo Valerio parte alla grande e di nuovo chiude primo con una distanza abissale dal secondo. La giornata si chiude per riaprirsi Domenica. La Breva va a nanna tardi, ma riposa bene la notte, perché si presenta presto al mattino ed è già signora del luoghi. Tutti in acqua, oggi non si cincischia, ecco il suono dei cinque minuti, poi i quattro, Riccardo si zittisce; è vietato parlare. Un minuto. I ragazzi si schierano, ai venti secondi sono come cavalli imbizzarriti tenuti ai box, ai dieci cazzano e partono solcando le onde di questa bolina matura. Riccardo ha chiamato la partenza in Comitato, ma poi subito a sinistra perché il vento sta dando segnali di rotazione, i ragazzi devono guardare le ochette ed il tono più scuro del blu prima ancora di sentire la prua ruotare. Oggi è la giornata di Gregorio che pare di colpo padrone del campo dopo che stamattina Riccardo, a secco sulla lavagna usando i barchini a calamita, gli ha di nuovo spiegato come reagire alle rotazioni del vento. Chiuderà con due primi. Gregorio e Valerio, A e B, oppure 1 e 2, come li chiamiamo noi. Sempre insieme, fratelli anche nei risultati. La regata se la accaparrerà Gregorio per un punto, dopo un duello al traverso, di quelli all’ultimo sangue e degno di moto g.p., tra Valerio e Henry. Grande Gregorio! Ora lasciatemi raccontare di Giulia, la ballerina dell’acqua. Piazza un secondo dietro a Gregorio, di quelli indimenticabili, così perfetta nei movimenti, così elegante, così bella da guardare. Le chiediamo cosa ha pensato, lei dice: “ho seguito Valerio perché è bravo, ma poi ho visto che andava lungo così ho virato. Ecco l’atleta che pensa e agisce. Riccardino è quarto, silenzioso e preciso. Non posso non raccontare di Rocco, lui gareggia tra i piccoli, con la vela a penna tagliata. È l’ultimo giro di boa, da poppa deve strambare e poi orzare al traverso per l’ultimo stacchetto. Qualcosa va storto e scuffia, sbattendo la testa contro il boma. Richy si allerta, ma lascia all’atleta il tempo di reagire; incredibile, Rocco gira la barca alla velocità di un respiro, riesce a recuperarsi in velocità il cappellino che sta galleggiando e si lancia sull’avversario per riguadagnare la posizione perduta. Poi taglia il traguardo! È la sua prima regata, non sa come reagirà l’allenatore alla scuffia e lo guarda titubante, ma Riccardo è orgoglioso della sua reazione all’errore, e lo festeggia perché ha piazzato un bellissimo quinto posto. Rocco illumina il lago con il suo sorriso solare e rompe la Breva con la sua grassa risata, poi si lancia nel suo racconto della regata, quando di poppa ha superato un suo avversario. A fatica gli controlliamo che la testa sia intatta perché lui è così felice che non si ricorda nemmeno più della bomata che ha appena preso e non riesce a star fermo. Lasciamo la Breva regina per tornare a terra dove una pastasciuttata aspetta tutti gli atleti. Poi, a sera, il lago si lascerà fendere nuovamente dall’ Osa scafo, quando il gommone riporterà barche ed atleti in base a Dervio con un traino che a guardarlo dall’alto sembra un serpente sazio e silente.

Porto e motore

C’è un tipo d’uomo che fa razza a sé anche in questo mondo ugualitario. E’ l’uomo del porto. La sua presenza è confermata da un certo qual disordine nelle dinette dei cabinati ormeggiati che spesso allunga i suoi tentacoli ai pozzetti e alle tughe. Un disordine capace di durare mesi e mesi; normalmente da Maggio ad Ottobre. Sì perché questo è il periodo della manutenzione che per l’uomo del porto è sinonimo al periodo dell’accoppiamento per gli animali. Lui non lascia mai l’amata, ma ci armeggia sopra in questa danza amorosa che è la sua manutenzione. Tutto viene smontato, pulito e rimontato. L’amata è così rivoltata da capo a coda senza mai lasciare l’approdo. Fondamentale affinchè la manutenzione porti i suoi frutti è che l’amata non molli mai gli ormeggi accada ciò che accada. Orbene questo tipo d’uomo ha la capacità di scomparire nella pancia della barca a tal punto che il porto pare deserto anche quando in realtà è affollatissimo. Questo tipo d’uomo abita il porto ritirandosi dal resto della propria vita non si sa se perché abbia vita brutta oppure carattere marinaio. Accade di incontrare gli individui di questa razza da Sabrina, normalmente al calar del sole, quando hanno l’abitudine di riunirsi a bere un calice di rosso e raccontarsi le imprese del giorno sotto coperta. E’ un mondo maschile fatto di pelli cotte dal sole e carni consumate dal tempo, ove di femminile c’è solo il nome delle imbarcazioni. Sono abili marinai che hanno perso interesse per l’immensità e preferiscono il mondo chiuso dal fasciame dell’opera morta intervallato da pause al sapore di calice rosso barbera in terra ferma. E una razza nascosta al mondo. Lei era di tutta altra pasta. Cittadina per nascita, sbarazzina per crescita, zuccona per segno, anni prima aveva preso la patente nautica senza avere idea di come si portasse una barca a motore, un esame tra molti altri. Poiché era bellina e soprattutto giovane, l’ufficiale della marina aveva chiuso la prova con queste parole: “ Signorina, io la promuovo, ma lei mi deve promettere che mai uscirà sola su una barca a motore”. Lei pensò: “Vorrei vedere te gestire l’effetto evolutivo dell’elica senza aver mai toccato un timone prima e per di più sotto esame”, però rispose: “ Prometto.” Quel fatto divertente da raccontare, però lasciò un profondo segno nel suo animo e lei per anni mai osò rendersi indipendente, lasciando ad altri la responsabilità delle manovre, profondamente infastidita con se stessa per questa debolezza di carattere. Per anni fino a quel giorno. Quel sabato di inizio stagione, a porto disabitato, lei saltò sulla sua barca, accese il motore, organizzò le cime di ormeggio per riuscire nella manovra di ritorno, si portò la trappa a poppa e, una volta pronta, lasciò gli ormeggi ed uscì, sola, dal porto. Si fece un giro per capire come il motore reagiva all’onda e al vento che soffiava da nord. Poi rientrò in porto, ma in manovra sbagliò a calcolare la spinta del vento e la potenza del motore e la barca si abbatté sulle trappe e le ci volle sangue freddo per uscire dalle trappe e dalle prue delle imbarcazioni ormeggiate. Uscì di nuovo e ripeté la manovra, questa volta la manovra riuscì, ma entrando nel posto barca ancora il vento la spinse sul natante a fianco. “Ancora” si disse. Uscì di nuovo e rientrò, questa volta ormeggio perfetto. Fissò una cima di poppa per non far spostare troppo lo scafo, recuperò la trappa, raddrizzò la barca che un poco si era abbattuta perché il posto a fianco era vuoto, e fissò la trappa, poi con calma mise a nanna la barca ultimando l’ormeggio. Saltando sul pontile aveva un sorriso che partiva dal viso, ma arrivava dritto all’orgoglio. Fu allora che pensò: “Meno male che il porto è vuoto, ché la flipperata tra prue e trappe non è stata proprio elegante.” Ma aveva dimenticato l’uomo del porto, invisibile, ma sempre presente. Non più tardi di due ore il gruppo dei manutentori fece capolino sulla banchina e l’approcciò: “Ehi capitano, non pensavamo ce la facessi, sei stata brava prima, vieni a bere con noi?” Come dire di no! L’uomo del porto le aveva aperto la porta. Alzò il boccale nel brindisi che sanciva il suo ingresso tra quella razza randagia, ma il suo occhio viaggiò lungo nel tempo fino a quel giorno in un altro porto e lì fece l’occhiolino al militare che non aveva creduto in lei. Poi trangugiò il vino come si addice a un uomo di porto.