Coronavirus e Politica

L’effetto pandemico più grave di Covid-19 è stata la sua capacità di chiusura ancor prima del sua grado di infettività. Il virus è riuscito a sospendere in ogni sua declinazione la vita degli individui: lavoro, affetti, abitudini, vizi.

La nostra società si è ritirata in casa, come fanno le marmotte al fischio della sentinella quando si interrano nelle loro tane.

Se intendiamo la vita non tanto quale corpo che respira, ma piuttosto quale corpo che respirando agisce in relazione all’esterno da sè, Covid-19 ci ha uccisi tutti.

Un omicidio parziale poiché ci ha lasciati vivi come individui, ma uccisi come esseri sociali dato che non esiste umanità senza la sua capacità di uscire da sé per incontrare l’altro da sé sotto forma di attività economica, relazione sentimentale, passione personale, gioco, studio ….

In questa ecatombe, c’è un unico soggetto della nostra socialità cui ha giovato il Coronavirus: l’uomo politico. Egli è tornato centrale nella vita del proprio paese, riprendendosi il suo posto a cena nelle case degli italiani.

La politica che da almeno vent’anni aveva perso il ruolo di protagonista nella vita del paese ridotta, dal mercato globale con le sue regole economiche e finanziarie internazionali, a macchietta incapace di influire nella vita reale dei suoi cittadini, torna ad essere investita della responsabilità più alta: provvedere alla sopravvivenza del suo popolo; tornare artefice della sua incolumità.

Un fare oggettivo che da decenni aveva perso.

Un’occasione unica di vedersi di nuovo riflessa nella società.

Cosa le era successo negli anni precedenti?

Fino alla caduta del muro di Berlino, la politica è stata padrona del mondo. Gli ideali, cioè l’idea che ognuno aveva del mondo fuori di sé, agivano a tutti i livelli della società come motori della vita stessa ed in politica, tradotti in ideologie, erano un indirizzo valoriale non solo in grado di indicare un fine cui tendere, ma anche capace di agire territorialmente per arrivare a tal fine creando stati, sovranità, potenze; un poco come le orme che indicano il cammino appena fatto, la direzione intrapresa, ma sono anche certezza di aver messo il piede proprio in quel determinato luogo.

Poi il mondo ha perso i suoi confini, tutto è diventato parte di tutto, l’ideologia ha lasciato spazio alla tecnologia, lo stato si è trasformato in un burocrate recupera gettito, mentre i suoi cittadini sono diventati oggetto e soggetto, mezzo e fine di un sistema tecnico mediatore tra umanità e mondo sensibile, ove ogni atto passa attraverso un dispositivo presente, a sua volta collegato ad altri dispositivi non presenti, e finalmente, forse, atterra sul suo oggetto.

Tutti noi, nel giro del tempo della caduta di un muro abbiamo, senza accorgerci, cambiato era geologica lasciando l’Olocene per entrare nel Antropocene, era nella quale “all’Uomo e alla sua attività sono attribuite le cause principali delle modifiche territoriali, strutturali e climatiche del pianeta.”

Whaoo che botta!

La povera politica nel giro dei venti prodotti da tanto immediato, convulso, imprevisto, movimento ha iniziato a girare su se stessa, una serie di sette_e_venti eseguiti senza nemmeno sapere per quale penalità … chiunque sarebbe rimasto scombussolato e disorientato … la politica da quei giri non si è mai più ripresa … ma ecco che arriva il Coronovirus … di colpo lei torna protagonista, di nuovo ha la facoltà di incidere nell’immediato sulla vita dei cittadini.

Il virus la partorisce di nuovo e lei si trova rinata, da grande protagonista, in un mondo sconosciuto che non è quello che ha lasciato prima di iniziare a trottolare nella nuova era geologica.

 

Ecco la sua grande opportunità: ripensare allo stato attuale delle cose e trasformare se stessa per adeguarsi al nuovo mondo ove la tecnocrazia regna sovrana; costruire sul Coronavirus una nuova visione di sé ed un nuovo sogno per la società tornando così a dare un fine a quell’immenso mezzo, imperatore e suddito assieme.

 

Quello che fa, tutta presa da questo suo nuovo protagonismo, è invece ripiegarsi sul Coronavirus che diviene il suo unico oggetto di preoccupazione. Lei cerca di combatterlo con le armi di cui si ricorda e di cui ha centenaria esperienza: da una parte, con la decisione politica del controllo territoriale e della limitazione delle libertà personali, declinati quali “distanziamento sociale” che assume valenza di principio medico dato che il “nemico” è un virus e non un opposto fronte ideologico.

( La medicina, in realtà, per l’emergenza le aveva chiesto un distanziamento fisico che lei però, in epoca di tecnocrazia e D.p.i., traduce comunque in distanziamento sociale.)

Dall’altra cerca un accordo internazionale per il sostegno economico della prima decisione politica che il suo stato territoriale non è più in grado di reggere, sempre dimentica che è ormai avvenuto il passaggio della potenza da sovrana a tecnica, che il mondo si è unito e che l’Unione Europea, organo sì sovranazionale, è pur sempre figlia del matrimonio tra ideologia e libero mercato, sacro vincolo ora mutato in coppia di fatto attraverso la sostituzione dell’ideologia con la tecnologia, ma che lascia comunque tale istituzione figlia del tempo anteriore al passaggio di poteri da Stato a Scienza.

Ma com’ è questo mondo tecnocratico globalizzato nel quale si è sparso il Coronavirus?

E’ un mondo caratterizzato da due elementi fondanti:

il primo: la totale libertà individuale, che è necessaria alla società di mercato, come la legna è carburante al fuoco, per essere in grado di produrre sempre un maggior numero di beni e sopravvivere, ma che, dal punto di vista individuale, è valore assoluto.

Il secondo: il sistema normalizzante attraverso il quale la tecnocrazia si esprime, come l’aria è comburente al fuoco, che ha la sua più esplicita forma nella burocrazia e che produce però sull’individuo l’effetto opposto della libertà.

In questo scenario dilaga il Coronavirus, che viene vissuto come agente dirompente per la sua forza assassina, ma di tale violenza la politica coglie solo l’aspetto fisico non quello relazionale.

Il Coronavirus dalla politica è letto nella sua forma più elementare quella che dovrebbe rimanere di pertinenza medica, ma la sua forma subdola, quella che invade quella porzione del sé umano che, come una spazio vuoto, avvolge l’individuo e diviene il luogo ove ognuno si rappresenta il proprio futuro, il luogo delle relazioni umane per semplificare, viene totalmente ignorato.

Essa, ripiegata sul proprio nuovo protagonismo gestionale, al momento non vede la possibilità associata alla distruttività del coronavirus in questa sfera non fisica dell’umanità.

Se la politica avesse riconosciuto il cambio epocale accaduto con quel gran polverone, ora saprebbe del nuovo scenario fatto di relazioni ben più grandi di lei, ispirate alla libertà individuale più totale, ma imbrigliate nella schiavitù più estrema della norma cogente; riconoscerebbe di questo mondo unito, libero, mercificato, e mai così veloce la forza ed il pericolo riuscendo così a formalizzare nello sconquasso causato dal coronavirus uno scenario migliorativo della sfera in cui l’uomo è potenza, ripensando se stessa ed il senso della società nel flusso continuo del cambiamento dovuto alla globalizzazione tecnico economica.

Insomma, tornerebbe a vestire la P maiuscola!

Al momento, invece, non sa esprimere nulla al di fuori dell’imposizione sociale e dell’immobilità decisionale sazia com’è di avere una piccola parte nel siparietto europeo ove va in onda il Mes.

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