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l’arrivo della morte

Come candela foca vo’ spegnendomi di fiamma irsuta.
Nulla io posso al venticello teso che di mi vita spira il solar calore.
Immobile ancor viva assisto allo spegner mio ed all’altrui fiorire.

L’uomo d’oriente

Alzò gli occhi dal libro quando la sua spalla sinistra aveva avvertito il potente spostamento d’aria. Era così immersa nella lettura da essersi momentaneamente trasferita sulla westernland, là dove Einstein seduto, affrontava l’oceano per l’ultima volta, senza però saperlo. Così il ritorno della sua coscienza alla stanza ove era seduta fu doppiamente traumatico; primo perché fu di colpo obbligata a lasciare il profumo dell’acqua marina misto a gasolio che stava respirando a fianco della grande mente, secondo per via di quella massa nera, responsabile dello spostamento d’aria, che lei proprio non si aspettava. Appena il suo occhio si riabituò alla luce artificiale della stanza, fu in grado di vedere la causa di quel ritorno forzato alla realtà. Erano stati due uomini più alti del normale e più larghi del normale che si erano mossi di scatto perché chiamati al banco dell’accettazione. Indossavano una cuffia nera che si apriva in un ampia tunica. Erano neri dalla testa ai piedi. Questo la fece sobbalzare, perché piombò dal soleggiato blu cobalto dell’oceano nel nero profondo delle tuniche esasperato dai neon bianchi. Quei due uomini erano così diversi da tutto il conosciuto che magnetizzarono il suo sguardo e lei dimenticò l’oceano. Le cuffie aderenti nascondevano le orecchie lasciando che le lunghe barbe grigie divenissero protagoniste in quei volti anch’essi scuri. Vi erano preziosi ricami d’oro sulla cima dei loro capi incappucciati. Piccoli simboli più volte ripetuti erano ordinati dentro a spaziature anch’esse contornate ad oro. Forse significavano uno stato, a loro sicuramente familiare, ma per lei erano solo regali ricami. Il più grosso e più nero dei due portava poi una luccicante catena d’argento con attaccato un grosso ciondolo incastonato da piccoli diamanti rossi. Una corona, anch’essa diamantata, fungeva da passante tra la catena e il ciondolo, ma era anche il copricapo di Maria che assieme al piccolo Gesù occupava la superficie non d’oro del ciondolo. Erano una Madonna ed un bimbo sorridenti avvolti nei loro abiti rossi e blu. Anche la lingua da loro parlata produceva ricami sonori simili agli addobbi d’orati ed ai rubini delle vesti. Lei si chiese com’era possibile che l’arabo cristiano fosse alle sue orecchie assai piu’ armonico dell’arabo mussulmano; poi, pero’, penso’ che forse quello non era arabo. I due uomini apparivano regali perché così esotici e perché così agghindati. Lei rimase a guardarli. Si avvicinarono al banco dove la signorina iniziò a dare loro indicazioni su come sarebbe avvenuta la terapia. L’uomo con il ciondolo prese una croce di legno da una tasca, era una croce greca, anch’essa preziosa. Se la portò alla bocca ed iniziò a mordicchiarla. Più la signorina parlava, più lui mordeva la sua croce. Lei vide l’uomo che dentro alla sua veste regale stava comunque nudo davanti al suo futuro ignoto e incerto. Tornò sulla nave da Einstein e lo trovò seduto, solo e muto con gli occhi fissi nel tuorlo dell’uovo che stava mangiando mentre tutti gli altri passeggeri erano scesi a terra. Era anche lui nudo e impotente davanti alla fuga dall’Europa nazista. Lei si trovò, suo malgrado, tra due uomini, così diversi, così distanti, ma così uguali davanti a un’istante tanto simile della loro vita.

L’Amazzone

Lei era un Amazzone, ma non del tipo vecchio; non era una donna guerriera senza un seno, o con un grande seno, a seconda del significato che si vuole dare alla A. Lei era un’amazzone moderna, nata per colmare di significato il vaso vuoto del gender, categorizzazione dell’umana natura di recente invenzione, scritta a tavolino per sostituire definitivamente l’uomo proletario, quello maschio puzzone e guerriero, con una serie di declinazioni pseudo-femminili più mansuete e rassicuranti per l’establishment, ma devastanti nei confronti della essere umano.  Mentre l’uomo moderno decideva se soccombere a questo destino tracciato oppure mostrare gli attributi e restituire all’umanità e alla civiltà il valore del maschio, lei si era presa per decisione uno dei posti disponibili nel grande paniere del gender. Lo aveva fatto anche per una secondo motivo molto più frivolo: era stufa di dividere i bagni pubblici con la categoria handicap e finire con il farsela nei pantaloni, a causa del wc troppo alto, ogni volta che le scappava pipì e non riusciva a trattenerla fino al bagno di casa. Quindi forse il suo fine ultimo, in fondo, era solo ottenere un gabinetto pubblico dedicato. Quello che è certo è che lei non scelse di divenire un’amazzone, semplicemente le capitò. Lei che adorava il suo essere donna, con quel corpo imperfetto, ma armonioso, e quei sensi oltremodo sensibili, ma altrettanto coriacei, si trovò trasformata in Amazzone. Dovete sapere che prodotto dell’età moderna, oltre al gender e al politically correct è anche il cancro; ma mentre i primi due sono schemi culturali, il terzo è uno stato umano. I primi due sono imposti da fuori, c’è, per ora, ancora un margine di scelta; il terzo avviene, te lo becchi e ci fai i conti senza scelta. Per diventare Amazzone deve venirti un cancro al seno, non un cancrino, che spaventa da morire, ma lascia pochi segni; uno devastante, aggressivo ed esplosivo che impone le sue regole e non gliene frega niente se sei spaventata oppure no. Il cancro al seno sta al divenire Amazzone oggi, come i riti di iniziazione stavano al divenire Uomo tempo fa. È un’iniziazione fatta di avvenimenti sequenziali ai quali devi sopravvivere. Primo: la perdita momentanea dei simboli esterni del tuo essere donna con la caduta dei capelli e l’annerimento delle unghie; serve a destabilizzare tutte le tue sicurezze in relazione a chi sei tu rispetto agli altri. Secondo: la perdita momentanea della dignità del vivere con la disintegrazione fisica che ti annienta sdraiata su un letto; serve a tarare la tua forza di volontà e la tua voglia di vita. Terzo: la perdita definitiva del tuo intimo potenziale di madre con la distruzione del ciclo mestruale; serve ad insegnarti l’accettazione incondizionata dell’imprevisto. Quarto: la perdita definitiva di parte della tua femminilità esteriore con il sacrificio alla vita della mammella, se sei fortunata, delle mammelle, se non lo sei; serve a trasformarti in qualcosa di fisicamente diverso.  Poi però, se passi attraverso a tutto ciò senza perderti nel mondo nero della paura e della rinuncia che porta alla morte diventi, per merito, un’Amazzone e puoi chiedere a gran voce e per diritto, il tuo bagno pubblico dedicato, oltre che mettere la tua stanghettina nella lista gender sotto la voce: tipologia Amazzone. Quale delle due A descrive l’Amazzone moderna iniziata dal cancro? Decisamente non la privativa, ma la rafforzativa. Infatti le Amazzoni di oggi sono dotate di grandi seni primo perché la mutua passa anche la chirurgia estetica ricostruttiva e quindi perché no; secondo perché tale violenta iniziazione non può che presupporre uno stato di profonda trasformazione in senso rafforzativo; non a caso si parla di sopravvivenza a cinque anni, mica di guarigione. Non più, allora, le donne guerriere di un tempo, ma le donne donne donne di oggi; donne periodico se lo vogliamo esprimere in termini matematici. Così, a parte infinocchiare gli strateghi della nuova società occupando un posto destinato a creature più mansuete e gestibili, le Amazzoni vivono, prescelte, lo stato di “conclusione”, o meglio: “di conclusione sommata a tutti i suoi sinonimi come elencati nelle enciclopedie: compimento, deduzione logica, risultato, realizzazione, definizione ”. Vedono ogni declinazione della vita in modo diverso; di essa percepiscono l’aspetto unitario, quello che porta perfezione e bellezza. Un’Amazzone appena nata, magari ancora sdraiata nel letto di un ospedale, vede, per esempio, il mondo maschile che nel corso della sua vita di semplice donna le si è sviluppato attorno tornarle indietro nella sua forma più pura. Sta tutto lì davanti ai suoi occhi; imperfetto come il vivere lo ha reso, ma incontaminato come l’attimo che l’ha generato. Solo l’Amazzone è in grado di percepire, in un istante, la meravigliosa complessità e perfezione di quel mondo estraneo che per anni era parso più ostile che amico; quasi inferiore per capacità dimostrate.  In un istante lo tocca, unico e vario, e sente come ormai superato il suo essere discordante. In un attimo secondo è in grado di vedere risolta in sublime unità ogni particolare singolarità che è stata presente nella sua vita.   C’è l’amore paterno che come un’ombra si stende e protegge, sempre presente, incondizionatamente, un passo indietro, ma mai di spalle. C’è l’amore filiale, tremulo e spaventato, che ancora ha bisogno di vedere per rassicurarsi. C’è il matrimonio spezzato che mostra il vero significato della sua indissolubilità attraverso domande che pretendono per risposte liberatorie rassicurazioni. C’è l’uomo che ti ha guardato negli occhi in mille maniere e si siede silenzioso perché ormai le parole non servono più, c’è ancora l’uomo che sorprende se stesso per un legame che ha scoperto non legare; e c’è l’uomo che non parla parole pericolose, ma che ha scritto nel corpo ogni singola lettera del suo pensiero; c’è l’uomo piantato nel suo volere cui però scappa la curiosità per un poi che non lo annienti e c’è anche l’uomo che in preda al panico nero si aggrappa là dove può, ma non scorda chi sei. Ognuno declinato a suo modo dentro alla propria vita che da Amazzone si accarezza con amore sincero. Singoli tasselli di un mondo estraneo ed affascinante in grado di restituire agli occhi d’amazzone un mosaico di pure armonie che trasformano la carne maschia in euritmico tutto. Capita la ricchezza che questo universo ha portato al suo mondo, l’Amazzone si sporge un poco nel paniere del gender e occupa con il suo piede anche un’altra posizione, lo fa in modo nascosto per non farsi accorgere, ma è ben determinata a non farselo portare via fintanto che l’uomo come lei lo ha visto non verrà a pretenderlo per se medesimo.

mastectomia

Ieri la vita e’ cambiata. Era un appuntamento fissato da tempo e, come tutti gli appuntamenti, anch’esso e’ stato preceduto dai preparativi. Io ho comprato abiti e scarpe per il dopodomani; li ho acquistati in massa! E’ stato un rito di vita a controbilanciare il profondo lutto per il mio seno sinistro sacrificato al cancro. Per giorni ho cercato di vedermi donna senza la parte più intima e più esteriore della mia femminilità. Continuavo a pensare alla grande gioia che in passato ho provato guardando il mio piccolo succhiarvi il suo pasto. Quel seno che sovrastava la mia creatura nell’ intimo contatto tra capezzolo e bocca e’ una delle immagini più forti che serbo incarnata nel corpo. A tutto questo il destino mi chiedeva di rinunciare. La mammella che ha dato la vita a mio figlio ora doveva dare la vita per me, tagliata e sradicata. L’ho pianta per un’intera notte. E lei ha compiuto il suo ultimo atto d’amore spingendomi oltre l’operazione, oltre il cancro, oltre il dolore. Si e’ sgretolata sparendo dai miei pensieri. Il mattino seguente mi sono svegliata investita da una profonda calma, intoccabile da qualsiasi paura o dolore. Nulla durante l’operazione mi ha smosso dal senso di me già oltre. Ora io, donna, sono là senza mammella e con tutta la vita da vivere. Questa e’ l’eredità lasciata dal mio seno sinistro.

Chemio 6

Otto gigli sono stati posti per la mia vita. Ora è la mia volontà contro la tua.
Beh in realtà tu verrai sforbiciato, io no. Ma poiché sei dna del mio dna conosco la tua forza, perché so della mia e non ti sottovaluto.
Ora, però, ti racconto come da oggi sarà la mia vita con te morto oppure latente.
Una nuova esistenza che parte da te, cancro portatore di morte, perché dopo la morte rinasce sempre la vita ed in me è già successo più volte. Questa non è diversa.
Tu hai fatto tabula rasa di ciò che era. Ora sono di nuovo un foglio bianco.
Mi hai annientato fisicamente, però le forze ritorneranno e con loro torneranno i pensieri.
Oggi io decido di scegliere.
Scelgo come sarò. Perché nuovi saranno i capelli da te mangiati, nuova sarà la l’espressione del viso passata attraverso di te, e nuovo sarà il mio seno svuotato di te.
Che libertà inaspettata mia hai regalato … Sceglierò come ricostruire il mio corpo.
Hai, poi, congelato la mia professione dandomi la possibilità di cambiare se voglio, così io ci penso e mi ritaglio un abito più consono al mio vivere ed al mio sentire. Tratterò il mio passato come il bozzolo che fa nascere la farfalla. Io sono molte cose, ma ancora non sono ciò che sarò … che libertà inaspettata mi hai dato. Sì perché tu mi hai donato un tempo vuoto, senza pensieri. E l’assenza è foriera di intuizioni.
Hai fatto pulizia tra le mie amicizie. Qualcuno è scivolato lontano da me, silente come una vipera, oppure chiassoso come un incrocio in orario di punta. Ognuno di loro ha lasciato spazio intorno a me che io riempirò di nuove persone e nuovi affetti.
Che libertà inaspettata mi hai regalato … Mi hai permesso di vedere limiti, mai intravvisti, ma ora a me chiari. Un bagaglio di conoscenza umana che spenderò per me stessa decidendo chi può riempire l’aria confinate con me.
Hai anche portato più stretti legami mostrandomi occhi amorevoli e preoccupati, che mai mi hanno lasciato. Come angeli gentili mi hanno affiancato in silenzio e con me camminato sulle tue pietre appuntite. Che libertà inaspettata mi hai regalato … così tanto nuovo terreno umano da conoscere in intimità che forse non mi basta il futuro.
Hai fermato la mia vita dandomi la possibilità di estirparti cancro del passato, io l’ho colta! Ora io mi prendo il futuro cancro del passato e mi regalo la libertà di essere bella come mi piace, impegnata come mi piace, circondata da persone che scelgo e mi scelgono.
Ora è la mia volontà contro la tua.

Chemio 5

Ci sono momenti in cui è più facile capire cosa sia la vita perché, per una serie di circostanze concomitanti, essa ti si mostra in modo inequivocabile.
Mi è capitato anni fa di divenire cliente di un reparto di rianimazione e lì, per la prima volta, mi è stata data una dimostrazione di cosa in fondo fosse la vita.
Essa non è altro che un’equazione bilanciata. Se la parte che precede l’uguale corrisponde a quella che lo segue sei viva, se non lo fa sei morta. In rianimazione sono dei maestri nello scrivere la tua equazione e nel bilanciarla velocemente. Nel mio caso era un “h2o” di troppo che mi stava uccidendo e loro hanno lavorato nel mio corpo mettendo e togliendo fino a far tornare uguali le due parti dell’equazione. Così quando sono uscita di lì avevo imparato una grande lezione: la vita si riassume in un “uguale”: ciò che sta di qui deve corrispondere a ciò che sta di là … cosa che, se ci pensate bene, non è altro che la definizione di equilibrio.
Tempo prima invece mi era capitato di imbattermi nella morte altrui; Io di lei non conoscevo nulla e vivendola per la prima volta ho imparato che è un’emozione cui non è mai stato dato un nome: due occhi sofferenti che si girano verso di te, un sorriso difficile che ti sussurra “grazie Sarah” ed un ultimo respiro profondo, faticoso, simile ad un rantolo prolungato che lascia la testa un poco ribaltata all’indietro e la bocca aperta e che fa battere il tuo cuore in modo incontrollato senza darti modo di capire cosa ti stia succedendo fin quando non ti rendi conto di essere in presenza della morte ed allora ti quieta e ti mostra che tu non appartieni a quel mondo nuovo. Così non puoi che alzarti, girarti ed allontanarti. Ricordo che nel mettere distanza tra me e la morte ho sentito forte il senso della vita; era come una immensa spinta interiore a fare esperienza di tutto a partire da subito. Quello che dopo tanti anni ancora mi resta è l’”a partire da subito”… qualcuno, se non erro, lo ha chiamato “carpe diem”.
Poi mi è capitato di dare la vita, perché ho partorito mio figlio tredici anni fa, ma quell’esperienza non mi ha insegnato molto di più in fatto di vita … forse perché ero troppo stanca e mi sono addormentata, oppure perché per capire la vita devi sfiorare la morte e da quell’evento la morte è stata assai lontana.
Ultimamente mi sono ammalata di cancro ed ancora una dimostrazione di cosa in fondo sia la vita mi è stata data dai medici. Me ne sono resa conto l’altro ieri quando dopo tre giorni di febbre molto alta ho pensato che sarei scivolata via dalla vita per un’influenza se non avessi fatto qualcosa, così ho cercato l’oncologa e lei, dopo aver controllato il tipo di chemio che sto facendo e la giornata in cui sono rispetto ai dosaggi, mi ha dato un tipo specifico di antibiotico. Questa volta la mia vita non è un’equazione da bilanciare, bensì una morte da assistere. Ho scoperto che la chemio altro non è che un antibiotico dalla potenza di una bomba atomica che viene lanciato in terra nemica per uccidere il più possibile. Uccide alleati e nemici senza fare distinzione. Funziona esattamente come l’antibiotico, in realtà uno sputacchio rispetto alla chemio, che mi ha fatto passare la febbre in tre ore e mi ha restituito la vita sostituendosi lui alle mie difese immunitarie ormai inesistenti. Se la chemio sarà in grado di uccidere quella parte di me degenerata senza ammazzare troppo della mia parte sana, io vivrò, se non sarà in grado io non vivrò. Che la vita significasse saper far morire io l’avevo già imparato con il mio divorzio, però si trattava di lasciar morire pensieri e sentimenti; infatti per poter sopravvivere io ho dovuto far morire l’amore che provavo per mio marito. Ma ora ho a che fare con la morte di parte del mio fisico; la ciuccia sinistra per l’esattezza. Se voglio vivere la ciuccia deve morire. A guardare sta cosa da un altro punto di vista mi viene da chiamarla vecchiaia: parti di fisico che si atrofizzano e smettono di funzionare.
Così io entro nei miei secondi cinquant’anni sapendo che la vita significa equilibrio, che significa saper addentare senza aspettare, che significa saper lasciar andare pensieri e sentimenti, ma soprattutto che significa voler permettersi di invecchiare.

Chemio 4

Il profumo del mio sangue e’ cambiato in una notte. Prima profumava di melograno, ne aveva preso il sapore un serata d’infanzia quando giocai bambina sotto ai suoi rami fioriti. Le sue piccole foglioline gli regalarono sfumature di armonia ai toni di verde. Dallo scuro burrasca al chiaro ruscello. I fiori ci misero calici lisci pieni di arancione acceso e balze spumeggianti capaci di creare ghirlande. I frutti gli donarono rotondità femmine e chicchi maschi entrambi rosso rubino. Era un sangue gruppo zero negativo, raro nel suo essere per tutti ed ancor più prezioso nel suo non poter ricevere da molti. Era, grazie al profumo di melograno, capace di cambiar a seconda della stagione. Così era caldo ed avvolgente nei lunghi inverni, frizzante e sconcertante nei sabati di primavera, placido e sensuale nelle sere d’estate e freddo e rigoroso nelle piogge d’autunno. Era sangue profumato di vita. Poi, una notte antipatica, il suo profumo al melograno e’ stato scalzato da un odore puzzolente di sostanza chimica che lo ha reso grigio e piatto e mortale. Un odore nauseabondo che tutto ha invaso. Io amavo il mio sangue al sapore di melograno così ora mi accade di svegliarmi la notte in guerra contro questo essere puzzone e killer. Mi scopro presa in battaglia a cercare di ripulirmi per sopravvivere, come una donna violata nel suo intimo; però poi ricordo che la mia sopravvivenza e’ subordinata a questa puzza chimica e sono costretta a terminare ogni battaglia e lasciare che il violentatore violenti e uccida. Mi obbligo immobile a subire. Non posso nemmeno non pensare perché’ se voglio vivere devo partecipare a questa morte con il corpo e con il pensiero. Mi rimane l’anima cui ho affidato il sapor di melograno prima che fosse sterminato. L’ho aiutata a scappare chissà dove per non farsi infettare e insozzare, le ho detto di non tornare anche se mi sente urlare. Ho dovuto recidere quell’ unione rara di corpo, mente e anima che si chiamava Sarah. Per sopravvivere ho sospeso la mia umanità , e sono diventata carne da ammazzare. Punto.

Chemio 3

Volevo provare a essere un mio amico; lui porta gioia alla mia vita, cosi’ io ho pensato di vedere come si sta nei panni di chi da gioia. Per essere lui, guidando, ho fatto una cosa che fa spessissimo: mi sono accarezzata i capelli di qua e di la’. Ho fatto esattamente come gli vedo fare, pero’ poi ci e’ scappato del mio; non ho resistito e mi sono accarezzata la cute. Mai mi sarei aspettata l’azione di tale carezza. Lei si e’ presa i miei riccioli che sono passati dalla mia testa al mio palmo. Cosi’ mi sono trovata a guidare con la capigliatura in una mano ed il volante in un’altra. La cute si e’ quindi infiammata ed io terrorizzata. Il terrore si e’ trasformato in tremito ed il tremito in pianto. Ho guidato in un vortice d’acqua che ha oscurato per potenza il temporale di ieri sera. In quel disastro d’umore mi sono rivista bambina quando mio papa’ mi pelava la testa per non farmi soffrire i caldi estivi ed ho ricordato che poi, io e lui assieme, uscivamo sul balcone a regalare i miei riccioli alle rondini per poi guardarle sistemare i nidi e rendere piu’ soffice il posto dei loro piccoli. Cosi’ ho invertito il senso di marcia, sono tornata da mamma e papa’ e assieme siamo usciti a lanciare capelli alle rondini. Il sereno e’ cosi’ ritornato.

Chemio 2

La chemio fa scherzi strani e pure un poco divertenti. Tu esci per strada come ogni giorno pensando di essere te, ma in realtà quel liquido rosso ha lavorato nelle tue vene e così, appena cammini nel sole, ti scopri vampiro! Non è che ho istinti di affondare i miei denti in carne umana, anche se, un paio di morsichi su una certa qual chiappa li darei volentieri; è che brucio come un tizzone al primo raggio di sole caldo. Fumo come nei migliori film di vampiri. So di bruciato e la gente si gira a cercare il fuoco senza sapere che è la bionda di fianco ad avvampare. Ora l’idea di diventare un vampiro potrei anche reggerla e giocarci dentro, ma il problema è che la chemio mica ti trasforma in vampiro qualsiasi, no lei ti trasforma in vampiro in cinta. Non osate avvicinare al mio naso l’amato caffè americano potrei mangiarvi per il fastidio che quell’odore mi provoca. Sono stata al supermercato e l’ho svuotato di tonno e caprino. Potrei mangiarli di seguito per un giorno intero senza fermarmi. Mi alzo la notte cercandoli perché ho voglia di loro, solo di loro, e se non ci sono divento pazza. Non ho mai sentito tanto i profumi a causa di un naso un poco mal nato; ora colgo ogni odore a distanza e mi infastidisco per la sua intensità. Sabato mi è capitato di leccare un odore, era salato e mi ha un poco schifato; poi ho pensato che stavo leccando un odore e m’è venuto alquanto da ridere perché un vampiro lecca un odore non certo un umano. Ora parliamo dei suoni; se tu lasci cadere un pezzo di legno stai pur certo che, se ti sono vicino, io salto come se fosse esplosa una bomba e ti guardo in cagnesco per il tuo atto. Quando poi si è in dolce attesa il mondo diventa bello e tu ti senti potente e perfetta per quel fagiolino che ingentilisce il tuo corpo e appiccica femminilità ad ogni tua ruga. Bene io sono nel medesimo stato di grazia. Mi vedo bellissima nel riflesso degli occhi di chi mi guarda. Se penso alla vita, lei è completa; ha un passato, un presente ed un futuro. Anzi, ora che sono vampiro e quindi la vita la vedo persona, vi dico che sembra il mio cane che dorme sazio dopo aver rubato (e mangiato) l’intero pollo dalla cucina. Allora ho pensato al senso del cancro; se la sua cura uccide un pochetto la mia umanità e mi trasforma in vampiro gestante e perfetto, la malattia che cos’è? Forse è semplicemente un gradino nel quale affondare il piede per poter partorire il meglio di me. Allora io non ti combatto, cancro, ti attraverso portandoti dentro fintanto che sarai necessario, solo allora ti partorirò. Sarà cesareo.

Chemio 1

Otto sono i gigli del mio mazzo di fiori. Il primo mi e’ stato donato oggi. Otto gigli sono la vita. E’ come partorire quando le contrazioni ti portano al tuo limite, ma tu sai che ognuna di loro ti avvicina alla creatura che porti in grembo e allora vai oltre al tuo limite. Il mio di oggi aveva la forma di uno stanzone con tante poltrone messe a semicerchio. Su ognuna di esse, accomodata, una donna guardava la nuova arrivata. Ogni poltrona ospitava occhi dallo sguardo tenero e dispiaciuto, bocche dai larghi sorrisi di benvenuto e zero capelli. Il mio sguardo le ha colte tutte d’un colpo, il mio futuro incarnato piu’ volte davanti a me. Sono morta in un secondo. Loro erano troppo e lo hanno capito. Cosi’, mentre il veleno rosso si appropriava di ogni mia cellula campione di velocità’, hanno iniziato a parlarmi. Volevano che io sapessi che in loro la vita scorreva forte, che era cosi’ profonda da far brillare tutti quegli occhi. E quegli occhi erano tutto tranne che spenti. Volevano che io sapessi che si poteva fare. Cosi’ ho ceduto ed accettato di diventare una di loro. Sette sono i gigli che mancano alla vita.